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Body positivity: movimento di rivoluzione o strategia di comunicazione?

“Ama il tuo corpo e tutti i tipi di corpo” sembra essere una nuova versione del comandamento dell’amore che comunque porta con sé una carica rivoluzionaria.


di Antonella Succurro



“Ama il tuo corpo e tutti i tipi di corpo” sembra essere una nuova versione del comandamento dell’amore che comunque porta con sé una carica rivoluzionaria.

Vediamo più vicino cos’è, come nasce, come si è evoluto e quali possono essere critiche e i possibili sviluppi di questo movimento che sfida i canoni di bellezza socialmente e culturalmente stabiliti.

QUALCHE CENNO STORICO

Il movimento per la body positivity trova le sue radici nel movimento per la fat liberation/acceptance, nato negli Stati Uniti sulla linea della seconda ondata femminista degli anni ’60. Questo movimento aveva come obiettivo la sensibilizzazione riguardo agli ostacoli e le discriminazioni che incontrano le persone in sovrappeso. Fu molto criticato perché il fat pride si faceva di fatto promotore di uno stile di vita non sano e pericoloso. Nel corso del tempo il movimento si evoluto e modificato. Ci si interroga oggi su quale sia lo scopo del movimento, e se lo si possa definire tale. Lo slogan che viene riproposto continuamente, intrinseco nel nome è di accettare il proprio corpo e amarlo così com’è, senza farsi influenzare dai canoni di bellezza prestabiliti. Helana Darwin[1] individua quattro fazioni contrastanti nel movimento: “Mainstream Body Positivity, Fat Positivity=Body Positivity, Radical Body Positivity e Body Neutrality/Acceptance”. Queste fazioni sembrano differire per lo scopo che si propongono: sentirsi belli per come si è, sfatare i miti legati ai corpi in sovrappeso, un ideale di bellezza inclusivo che non riguardi solo donne bianche, oppure far pace col proprio corpo senza forzare le persone ad amarne ogni centimetro.


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IL MOVIMENTO

Trovo che l’idea di movimento che veicola la critica della Darwin sia un po’ antiquata, con la globalizzazione e i social media, oggi ognuno crea la sua propria narrativa individuale e questo include anche la propria prospettiva su un movimento come quello sul body positive. Il principale mezzo di diffusione del movimento oggi è internet attraverso blog, vlog, YouTube, Instagram e quant’altro. Scorrendo tra post, video e articoli la mia idea è che, nel complesso,

l’obiettivo del movimento sia quello di puntare il dito contro gli irrealistici ideali di bellezza culturalmente stabiliti, le modifiche apportate ai corpi in copertina, sfidare le norme sociali e culturali sul “corpo normale” e sul “corpo perfetto” e invece promuove l’accettazione e l’amore verso ogni tipo di corpo indipendentemente da forma, misura o apparenza, includendo cellulite, rotolini, acne, peli, malattie della pelle, corpi disabili, corpi sanguinanti e così via.


Negli ultimi anni il movimento si è sviluppato molto attraverso i social media, in particolare su Instagram, dove si contano 13,5 milioni di post con l’hashtag #bodypositive e 5,3 milioni con l’hashtag #bodypositivity. La piattaforma di Instagram viene usata per mostrare sé stessi e la propria vita, in una versione virtuale e ideale. Ciascuno di noi interpreta a suo modo - in base al proprio vissuto, la propria personalità e carattere e il contesto in cui vive - il movimento, attribuendogli un significato.



I post su Instagram sono molto vari: ci sono donne con un po’ di pancia, con la cellulite sulle cosce, con i peli sulle gambe, sotto le ascelle, donne curvy, donne in sovrappeso, donne molto magre, bianche, nere, donne con lentiggini, con cicatrici, con malattie della pelle, donne disabili, transgender, pochi uomini quasi tutti palestrati, alcuni con un po’ di ciccia e diverse persone con un corpo che rientra pienamente negli standard di bellezza.


Ora, qui iniziano le critiche. C’è chi dice che il body positive è solo per le donne, chi dice che è solo per le minoranze marginalizzate, chi attacca le donne con “il corpo perfetto” perché aggiungono l’hashtag #bodypositive, chi è orgoglioso del suo grasso e scrive che per cena ha mangiato merendine e cereali. Seguendo il messaggio principale del movimento, trovo che le critiche siano fuori luogo, se il movimento è rivolto a tutte le persone per incitarle ad amare il proprio corpo, allora l’hashtag dovrebbe essere usato da tutti coloro che si sentono bene nel loro corpo.

IL CORPO DELEL DONNE

I contenuti dei post su Instagram sono stati analizzati da vari ricercatori[2] che sollevano diverse critiche, tra le quali il fatto che i post mantengano l’attenzione sull’apparenza. Il 32% delle immagini contenenti esseri umani li ritrae con bikini o simili e il 34% è oggettivante (si mostrano solo alcune parti del corpo, senza la testa, o si posa in una maniera sessualmente suggestiva). Inoltre, la grande maggioranza dei post vede protagoniste le donne. Il punto non è farsi le foto in pose provocanti o seminude, che pare essere la tendenza sui social in particolare Instagram, ma com’è che un movimento di protesta si sia ridotto ad un hashtag usato per mettere in mostra - ancora una volta! - le proprie curve?



Lorella Zanardi ha scritto un bel libro e pubblicato sulle reti pubbliche un documentario sul corpo delle donne e la sua mercificazione in televisione[3]. Ad un certo punto cita il filosofo Galimberti, il quale sostiene che tante idee che sono maturate guardando le immagini prodotte dai media e dai social media, lo spettacolo della bellezza, della sessualità e della perfezione corporea servono per nascondere, a noi stessi e agli altri, la qualità della nostra personalità, a cui magari non abbiamo prestato la minima attenzione, perché sin da quando siamo nati ci hanno insegnato che apparire è più importante che essere. Dal punto di vista antropologico il concetto di corpo segue due dinamiche “io ho un corpo” e “io sono un corpo”. La filosofia dualista ha stabilito una divisione tra mente e corpo, ragione e natura, solitamente associando ai primi il maschile e ai secondi il femminile. La donna è stata associata dunque al corpo, ma non al suo corpo, sentito, vissuto, esperito attraverso il quale si sente, si vive e si fa esperienza del mondo, piuttosto un corpo oggettualizzato, mercificato, soggetto a norme e canoni sociali e culturali imposti da una élite che è sempre stata maschile.


Ricapitolando, le donne hanno un corpo ed è sempre stato oggetto dello sguardo maschile. Mi pare dunque che il movimento per la body positivity seppur inneggiando alla rivoluzione del concetto di bellezza, per come è andato sviluppandosi ha finito per aderire agli stessi modelli che critica.



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LA MERCIFICAZIONE DEL MOVIMENTO

Io ho iniziato a conoscere il fenomeno molto in ritardo rispetto al momento in cui è iniziato, attraverso le campagne pubblicitarie e le copertine delle riviste di moda. Faccio parte della generazione che utilizza più Facebook che Instagram e qui ho iniziato a vedere immagini con donne normali ma diverse, che rivendicavano la propria bellezza non conforme agli standard e che molto spesso, sono le stesse donne che diventando popolari su Instagram o altri social, iniziano delle collaborazioni con marchi più o meno noti. Il movimento è stato quindi fatto proprio da campagne pubblicitarie che si ritengono all’avanguardia per avere il fondotinta perfetto per tutti i colori di pelle, o le taglie per tutti i tipi di corpi, riviste di moda che mettono in copertina, e stilisti che mettono in passerella donne curvy o donne con malattie della pelle.


Tutti gli articoli che ho letto sul tema, sono molto positivi riguardo all’entrata nel mondo della pubblicità di donne con corpi normali. Ora, il fatto che tutte le donne possano sentirsi rappresentate ha una sua positività, è risaputo che la continua esposizione a “corpi perfetti” e trattamenti, cure, diete, creme da provare per raggiungere lo standard di bellezza generino insoddisfazione, depressione, disordini alimentari in tutte quelle persone che si comparano agli altri e non accettano il proprio corpo. Quello che mi sento di criticare è che come il greenwashing da parte di aziende, multinazionali e imprese, che spostano l’attenzione dell’opinione pubblica dagli effetti negativi che causano costruendo un’immagine di sé falsamente positiva sotto il profilo dell'impatto ambientale, qui parliamo della stessa ingannevole strategia di comunicazione, utilizzata soltanto per raggiungere quella fascia di clientela che prima erano sempre lasciate in disparte.

UNA RIVOLUZIONE CULTURALE?

Mi chiedo a questo punto quali siano davvero gli effetti positivi del movimento.

Vedere rappresentati corpi diversi ma normali sui media, può davvero cambiare positivamente l’immagine che una persona ha del proprio corpo? E se sì, perché? Un movimento che si propone di essere rivoluzionario riguardo al concetto di bellezza, non dovrebbe forse mettere in discussione le categorie stesse, piuttosto che crearne di nuove? Qual è il limite tra dire che “grasso è bello” e assecondare stili di vita non sani? È giusto propagandare la narrativa dell’essere positivi? Quali sono gli effetti su qualcuno a cui prima veniva continuamente ripetuto che il suo corpo era brutto e adesso che lo deve accettare così com’è? Non sarebbe meglio, piuttosto, sviluppare una narrativa all’insegna del benessere psicofisico? È diventato “sbagliato”, adesso, desiderare un corpo differente da quello che si ha, desiderare di essere la migliore versione di sé stessi?



Con questo non voglio dire che bisogna per forza mettere su o perdere peso, ma determinare quando un corpo sta bene attraverso IMC (indice di massa corporea) non è un attacco alla bellezza, ma un invito ad uno stile di vita sano ed equilibrato che si traduce in benessere psicofisico.



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Voler star bene con il proprio corpo è un diritto che viene un po’ attaccato dal continuo incitamento alla positività. Se non mi piace il mio corpo, posso (non devo) fare qualcosa perché la mia immagine nello specchio mi traduca felicità e non comparandomi a canoni di bellezza, ma solo sulla base del mio benessere personale. Per sentirmi bella ho davvero bisogno di un hashtag che dia autorevolezza al mio corpo e alla mia persona? Perché è necessario che gli altri mi vedano bella per sentirmi bella? E perché la bellezza è ancora ridotta soltanto alla fisicità? La nostra società ci ripete continuamente e in svariati modi che l’apparenza è quel che conta, ma davvero vogliamo continuare a vivere con questo condizionamento sociale? Una persona non ha un corpo, ma è un corpo, insieme a una miriade di altre cose. Quello che fa di una persona una persona, non è forse il suo carattere, la sua personalità, le esperienze che ha vissuto e quello che si sente e vuole essere? Piuttosto che continuare a lavorare sul nostro corpo per mostrare ad una società maschilista quello che vuole vedere, perché non lavorare piuttosto su quello che noi vogliamo vedere in noi stesse, anche nel nostro corpo, e così riappropriarcene? Invece di continuare a formare le nostre idee sulla bellezza sulla base di quello che vediamo in pubblicità o sui media, non sarebbe forse meglio vedere i limiti di queste idee, andare oltre e riappropriarci della nostra immagine?


Il concetto di base del movimento è positivo, ma mi pare che ad oggi manchi, o che sia venuta a mancare la carica politica di protesta e rivoluzione che tanto viene propugnata. Quello di cui abbiamo bisogno è un movimento che liberi il corpo dalla mercificazione e oggettivazione in cui è stato recluso e lo veda per quello che è, una parte della persona. Amare il proprio corpo è qualcosa che nasce da dentro, e per farlo c’è bisogno di spogliarsi del proprio ego e liberarsi dai condizionamenti sociali e culturali. Iniziamo a vedere il corpo non come qualcosa che si ha, ma come qualcosa che si è, perché amare il proprio corpo significa sentirsi bene e desiderare di essere la migliore versione di sé stessi.


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[1] Helana Darwin, “Body Positivity Movement: Feminist Progress?”, Conference: American Sociological Association 2017 [2] Rachel Cohen, Toby Newton-John and Amy Slater, “The case for body positivity on social media: Perspectives on current advances and future directions”, in Journal of Health Psychology 1-9. [3] Lorella Zanardo, Marco Malfi Chindemi e Cesare Cantù, “Il corpo delle donne”, tubetvitalia, YouYube, 07/04/2011 #sano #guida #lifestyle #umani #riflessioni

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