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Cosa ho imparato sul bere, dal bere (tanto)

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C’è poco da fare, ho quasi 24 anni e bere alcolici è una parte molto rilevante della mia vita – di chi sono, del mondo delle mie relazioni interpersonali, delle mie passioni e dei miei problemi.


L’ispirazione per l’articolo che segue è nata da milioni di conversazioni avute con i miei amici, spesso in momenti improbabili e in condizioni di sobrietà assai precarie.

I miei genitori sono sempre stati dei buongustai di un certo livello. Fin dalla più tenera età non mi hanno mai negato di assaggiare nulla, e, nei limiti della ragionevolezza, anche gli alcolici hanno fatto parte di queste degustazioni precoci. Questo è per dire che ho ricevuto un’educazione al consumo dell’alcol che me lo ha fatto conoscere come qualcosa di bello e multisfaccettato. Non certo come una medicina semi-proibita da ingoiare a secchiate per affogare i propri problemi.

Crescendo ho avuto le classiche esperienze adolescenziali a base di birra scadente e doposbornia massacranti, ma più che altro ho iniziato a farmi sedurre sempre di più dall’effetto “lubrificante sociale” portato dal bere. In una sola mossa potevo sia tenere a bada la sensazione di ansia data dagli schifosissimi problemi personali che mi assalivano, soddisfare la sete di esperienze esaltanti tipica di quel periodo della mia vita, e abbattere la mia esorbitante ansia sociale. Niente di speciale, più o meno tutte le persone giovani che conosco hanno seguito esattamente il mio stesso identico percorso.


Con gli anni la cosa è peggiorata, bere è diventato un coping mechanism consolidato: ACAB – Alle Cinque Al Bar. La cosa è progredita e mi ha portato tutta una serie di spiacevoli problemi di salute, fisica e mentale. Eppure in fondo al barile (letteralmente) continuava ad esistere una parte di me genuinamente appassionata del mondo delle bevande alcoliche, curiosa di sperimentare sapori nuovi, interessata alla storia dei prodotti, stuzzicata dai possibili abbinamenti. E’ in questo periodo molto buio che ho maturato delle preferenze strutturate in fatto di birra e di gin, scoprendo finalmente le gioie che un gin di qualità poteva sprigionare se sapientemente miscelato con ottima tonica e spezie scelte per completare il quadro.

Va detto che esiste anche l’altra faccia della medaglia, forse marcia, forse no, che gode un monte a rimediare una bella botta. E la cosa più sorprendente è che anche nel momento in cui ho iniziato a lavorare sui miei problemi personali imparando ad affrontarli invece di annegarli, il gusto per l’alterazione mentale è rimasto intatto. Forse soltanto un po’ più “puramente” fine a se stesso.

Ad oggi la mia vita va molto meglio di quanto non andasse un paio d’anni fa, ma non è così raro che mi ritrovi ugualmente in condizioni pietose nel bel mezzo di festeggiamenti indemoniati, spesso scaraventata ai limiti della lucidità e presa da istinti a metà tra il buffonesco e l’animale. In questi casi è assai probabile che ad alimentare la mia follia siano bicchierate a nastro di pessimo vino rosso, o drink dalle proporzioni alcoliche proibitive conservati in apposite borracce termiche mirate al risparmiare.


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Il punto è: a tutt’oggi questi due lati continuano a coesistere, e probabilmente non scompariranno mai. Sono autorizzata a sentirmi a posto con me stessa e col mio bere?

In certi giorni avrò soltanto voglia di fare bandaccia, annaffiare cene conviviali con Montepulciano da due euro, giocare a beer pong e stordirmi a suon di drink a buon mercato.

Ma in altri questo caos disorganizzato lascia il posto declinazioni differenti del mio gusto per l’alcol. E’ possibile che passi un quarto d’ora imbambolata davanti ad una lavagnetta a scegliere se preferisco una Stout di segale o l’ennesima NEIPA, per poi discutere animatamente con qualche mia amica di quale sfumatura di sapore sia più pervasiva. Oppure è possibile che mi rinchiuda in camera mia in compagnia di un misterioso scotch intenta ad assaporare i sentori di fumo, botti di sherry, torba e salmastro.

A tutt’oggi spesso faccio un’enorme fatica a liberarmi del senso di colpa che provo ogni volta che mi ammazzo felicemente di alcol. “Puzzi di alcol che non ti si sta vicino” - mia madre mi ha premurosamente apostrofata dandomi dell’alcolizzata ogni mattina dopo aver fatto festa durante gli ultimi 8 anni. In realtà mi ha sempre apostrofata, anche se in realtà mi ero bevuta un’Ichnusa da 33. Purtroppo ho assorbito il guilt-tripping instillatomi in casa come se fosse una malattia a lungo termine, e tutt’ora combatto con ondate di sensi di colpa, spesso amplificate dai comportamenti scemi e dalle cazzate tipiche di una serata alcolica.

In certe occasioni so di star bevendo/aver bevuto a caso e senza giustificazioni, e ho imparato che le mie manie di controllo non sono giustificate nemmeno in questi casi. Inutile prendersi in giro, non importa quanto la nostra vita stia andando bene o quanto salutiste siano le nostre abitudini, ogni tanto scazziamo tutti quanti, e va bene così.

Purtroppo ragionare razionalmente non basta a eliminare le sensazioni negative che provo costantemente in relazione al “dopo-aver-bevuto”, ma cerco di non crucciarmi troppo. So che il lato più marcio e il lato più buongustaio sono lì per restare e che non ha senso fare finta che non esistano.



Cheers!


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