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“Non sono razzista, ma…”:

Un articolo per decostruire insieme il razzismo e prendere coscienza del fatto che sia dannoso non solo a livello sociale ma anche individuale.


di Antonella Succurro


Quante volte vi è capitato di sentire la frase: “Non sono razzista, ma…” e poi giù con discorsi un po' ipocriti e ottusi? Troppe volte? Beh, anche a me. Così ad un certo punto ho iniziato a interrompere bruscamente il mio interlocutore e chiedergli: “ma sai che vuol dire essere razzista?”. Quasi tutti si ritrovano bloccati e attuano le solite tecniche evasive o difensive di chi perde il controllo del discorso e cerca di reimpossessarsene.


Quindi partiamo dalle basi: che cosa vuol dire razzismo? Dalla pagina della Treccani cito:

“Ideologia, teoria e prassi politica e sociale fondata sull’arbitrario presupposto dell’esistenza di razze umane biologicamente e storicamente «superiori», destinate al comando, e di altre «inferiori», destinate alla sottomissione, e intesa, con discriminazioni e persecuzioni contro di queste, e persino con il genocidio, a conservare la «purezza» e ad assicurare il predominio assoluto della pretesa razza superiore […]”.

La domanda che segue automaticamente nella mia testa è: da dove viene il razzismo? Il razzismo trova la sua origine nella xenofobia. Di nuovo la Treccani:


“Sentimento di avversione generica e indiscriminata per gli stranieri e per ciò che è straniero, che si manifesta in atteggiamenti e azioni di insofferenza e ostilità verso le usanze, la cultura e gli abitanti stessi di altri paesi [...]”

A questo punto viene da chiedermi perché sentiamo questo sentimento di avversione verso ciò che è diverso da noi? Perché ne abbiamo paura, e si tratta di una paura atavica verso ciò che non si conosce e non si può controllare, che potrebbe mettere a rischio la nostra esistenza. È una paura legittima, e a volte anche utile per la nostra stessa sopravvivenza, ciò che non funziona, però, è il modo di reagire a questa paura. La paura di perdere noi stessi, infatti, ci fa reagire con violenza: innanzitutto neghiamo ciò che è diverso da noi per riaffermare noi stessi, i nostri valori, le nostre credenze, poi accettiamo l’altro solo se diventa uguale a noi: se si converte, se parla la nostra lingua, se mangia ciò che mangiamo noi, se accetta le nostre regole sociali e culturali. Perché chi ha un altro credo religioso, altre regole socioculturali, altri valori, mette in discussione quelle che sono invece le nostre credenze e la logica dietro di esse.


Però, anziché pensare che noi abbiamo ragione e gli altri torto, dovremmo ricordarci che ciò che noi consideriamo reale, vero ed assoluto, ciò che pensiamo sia giusto o sbagliato, quello è il nostro senso comune delle cose, cambia da un contesto socioculturale all’altro, non vale per tutti, ma allo stesso tempo tutti hanno la capacità di comprenderlo e noi di comprendere altro.



L’essere umano, infatti, è l’unico mammifero che necessita di attente cure a lungo termine durante la propria infanzia e ogni persona diventa autosufficiente nei vari ambiti, in momenti diversi della sua vita. Tutto ciò di cui necessitiamo per vivere non è innato in noi, cioè non nasciamo già con questa conoscenza, ma lo apprendiamo: attraverso le nostre esperienze in ambienti familiari con parenti e amici, e in ambienti istituzionali a scuola, in banca, quando affittiamo una casa e così via, nella nostra zona di confort e soprattutto fuori da essa.


“Ogni membro nato o educato all’interno del gruppo accetta lo schema preconfezionato standardizzato del modello culturale che gli viene tramandato dagli antenati, dagli insegnanti e dalle autorità come una guida indiscussa e indiscutibile in tutte le situazioni che possono aver normalmente luogo all’interno del mondo sociale.” [1]

Credere che il proprio modello culturale, il proprio credo, le proprie convinzioni, i propri valori siano universalmente corretti e giusti e che quindi tutti dovrebbero adeguarvisi è un atteggiamento che ha determinato la colonizzazione di altre terre, la sopraffazione di altri popoli e la cancellazione di altre culture. Sto parlando del colonialismo, dei genocidi di gruppi indigeni che, da un giorno all’altro, sono stati privati della loro terra e della loro cultura: in tutta l’America Latina e negli Stati Uniti, in tutta l’Africa, in India (anche se in maniera leggermente diversa), gli Europei in nome della ragione, di Dio, del denaro, hanno ridotto in povertà (materiale e immateriale) interi Paesi. Esiste un termine per indicare questo atteggiamento, ed è etnocentrismo.


Dalla fedele Treccani:


“La tendenza a giudicare i membri, la struttura, la cultura e la storia di gruppi diversi dal proprio, con riferimento ai valori, alle norme e ai costumi ai quali si è stati educati. Quasi sempre l’etnocentrismo comporta la supervalutazione della propria cultura e, di conseguenza, la svalutazione della cultura altrui.”

Per evitare questo atteggiamento bisogna comprendere l’altro: uscire da sé stessi ed entrare nel suo mondo, guardare attraverso i suoi occhi, pensare attraverso gli schemi interpretativi della sua cultura e sentire col suo cuore, per poi ritornare in sé. Questa empatia è insita nella nostra natura umana. Aristotele scriveva che l’uomo è un essere sociale, e la prova è che è l’unico essere vivente dotato di parola. La parola ci permette di convertire sentimenti, sensazioni, emozioni, pensieri e idee, in un linguaggio che condividiamo e ci rende capaci di comprendere il vissuto dell’altro, che altro non è che un essere umano come noi.



> Basta 'normale', abbiamo bisogno di cambiamenti


L’altro è uno specchio del sé, rappresenta una delle miliardi di possibilità d’essere, ed è solo e soltanto così che dovremmo guardarlo, nella strabiliante bellezza della sua unicità, che è anche la nostra.

Diversità non significa differenza né disuguaglianza, bensì include la prima ed esclude la seconda. Diversità significa possibilità, possibilità significa libertà. Se l’altro è uno specchio di noi stessi, rifiutando il suo essere neghiamo una parte di noi stessi. Dovremmo perciò smetterla di pensare al razzismo come qualcosa di esterno a noi e invece guardarci dentro, senza nessun tipo di pregiudizio.



La soluzione al razzismo non è una legge che punisce chi è razzista ma è un’educazione volta all’apertura verso l’alterità.


Perché reagiamo con quest’atteggiamento difensivo, di chiusura e negazione dell’altro? Forse, perché in fondo, non ascoltiamo la nostra paura. Crediamo che provare paura sia una cosa da deboli, e allora si reagisce cercando di sopraffarla, con la violenza, negandola a noi stessi. La legge del più forte però non ha dato buoni risultati nella nostra società, e dobbiamo ricordarci che noi esseri umani siamo fragili e la nostra forza sta nella nostra differenza e nella nostra capacità di fare gruppo sfruttando i punti di forza di ciascuno.


“La nostra carne è fragile: qualsiasi pezzo di materia in movimento può trafiggerla, lacerarla, schiacciarla, oppure inceppare per sempre uno dei suoi congegni interni. La nostra anima è vulnerabile, soggetta a depressioni immotivate, penosamente in balia di ogni genere di cose, e di esseri altrettanto fragili e capricciosi. La nostra persona sociale, da cui dipende quasi il sentimento dell’esistenza, è costantemente e interamente esposta al caso.”[2]


Da soli, noi esseri umani, non siamo capaci di nulla. Da sempre l’essere umano ha vissuto insieme ad altri: clan, tribù, famiglia, città, regione, Stato. Non dimentichiamoci, però, che facciamo tutti parte dello stesso mondo, che è incredibilmente complesso e ogni gruppo sociale, anzi ogni essere umano rappresenta una possibilità d’essere e di vivere.



> La tragica realtà dei lavori penitenziari negli Stati Uniti



Viviamo oggi in un mondo che è davvero piccolo se si pensa che pochi decenni fa per andare negli Stati Uniti si impiegavano 15 giorni e adesso meno di 10 ore. Non vi sembra un po’ ipocrita voler e poter andare in vacanza a Tahiti, a Marrakech o alle Hawaii, poter trovare a 100 metri da casa il ristorante cinese, il senegalese, il messicano, trasferirsi a vivere e lavorare negli Stati Uniti o in Olanda, ascoltare musica indiana e fare yoga o guardare film giapponesi e poi incazzarsi perché un barcone con a bordo delle persone (che hanno attraversato il deserto e chissà che altro) sono arrivate sulla costa italiana?


Lo slogan Salviniano “prima gli italiani”, è davvero ridicolo perché si basa su un ideale razzista di una presunta “razza pura” che non è mai esistita.


Gli italiani, forse, sono il popolo più eterogeneo che esista al mondo, e si è unito sotto un unico nome soltanto nel 1861: la storia serve a questo, a imparare a conoscere noi stessi. Tutto ciò che consideriamo italiano, a cominciare dalla lingua e dalla cucina, non sono altro che una efficace elaborazione di un miscuglio di robe arrivate da ogni parte del mondo. Pensate al caffè e al sugo di pomodoro: l’essenza dell’italianità no? Beh, se non fosse stato per le piante di caffè etiope e il mercato turco oppure per i pomodori delle Americhe arrivati con gli spagnoli non avremmo né tiramisù, né pizza, né pasta.

Per comodità siamo abituati a pensare la realtà attraverso schemi interpretativi e valutativi dualistici: giusto/sbagliato, bianco/nero, occidente/oriente, uomo/donna, forte/debole e così via, ma fermatevi un attimo a pensare, non vi pare che non esista nulla di così netto nella nostra vita quotidiana?


Siamo abituati a pensare all’identità in termini essenzialistici appiccicando sulla nostra persona, sulle altre, sulle cose, etichette semplicistiche ed inverosimili. Questi non sono altro che artifici, certamente utili per semplificare la complessità della realtà in cui viviamo e razionalizzarla ma non dobbiamo dimenticare che sono costruiti da e per gli esseri umani. Alla base di ciò che consideriamo reale sta la condivisione di questo pensiero. La realtà non è altro che ciò che si manifesta nei contenuti delle percezioni e della coscienza, e lo riteniamo reale perché gli altri lo confermano. Questo vale anche per la nostra identità: costruiamo continuamente noi stessi, attraverso le cose che facciamo e il raccontarlo agli altri. Raccontando di noi, delle nostre esperienze, delle nostre cose, così come gli altri anche noi stessi prendiamo coscienza del nostro essere nel mondo.


L’identità, collettiva e individuale, è una storia, che viene raccontata e continuamente rielaborata, è perciò fluida, complessa e in fieri.



Ogni essere vivente è un essere in continua trasformazione. Vivere significa crescere, non solo fisicamente, ma anche internamente. Ogni esperienza che viviamo accresce la nostra conoscenza del mondo e di noi stessi. Gli altri ci permettono di vedere la realtà da un punto di vista che è fuori dal nostro, pensare cose a cui non avevamo mai pensato, fare cose che credevamo impossibili e conoscere lati di noi stessi che non credevamo esistessero e, magari, abbandonarne altri. Dentro di noi si celano infinite possibilità di essere persone diverse. E l’altro non è altro che una possibilità d’essere umano: immagina di essere nato dall’altra parte del mondo e aver vissuto tutta la tua vita lì, potresti essere tu quel tuo amico cinese, no? Senza l’altro saremmo solamente dei contenitori vuoti, aridi e spenti. È l’altro a permetterci di essere noi stessi.


Senza l’altro non saremo mai capaci di crescere né come individui, né come gruppo.


[1] Alfred Schutz, Lo straniero. Un saggio di psicologia sociale, Asterios Editore, 1980 [2] Simone Weil in La fragilità che è in noi di Eugenio Borgna, Einaudi, 2014.


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