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"Giapponesi perversi" o "italiani bigotti"?

Ho scoperto col tempo che il Giappone porta con sé l’immagine, agli occhi degli “occidentali”, di un paese incomprensibile su cui ognuno riversa ciò che vuole. Perché gli italiani riversavano sul Giappone l’immagine di un paese dove regna la perversione sessuale?


di Antonella Succurro



Dopo aver trascorso sei mesi a Kyoto per uno scambio universitario, sono tornata in Italia e ho avuto uno shock culturale. Sei mesi non sono molti, ma nemmeno pochi e mi sono bastati per abituarmi all’ambiente socioculturale giapponese. Perciò quando sono tornata ho iniziato a vedere tutto quello che prima mi era sembrato normale con occhi diversi. Ad amplificare questa mia prospettiva erano le domande che i miei amici e non mi rivolgevano sul Giappone. C’erano quelli che ne erano affascinati senza saperne nulla, come fosse un vago sentore di quell’orientalismo esotico che tanto era stato di moda nell’Ottocento, affascinati dalla cultura, dai manga e anime, dallo strabiliante sviluppo tecnologico del paese. Ma più di tutti erano quelli che curiosi, col sorrisetto sotto i baffi, mi chiedevano se fosse vero che le ragazze giapponesi fossero così “facili” e ninfomani come si credeva e se gli uomini giapponesi fossero così “perversi” al punto che comprare mutandine usate fosse per loro del tutto normale.


Perché mi facevano tutti le stesse domande? Da dove avevano avuto queste informazioni sulla sessualità giapponese? Ho scoperto col tempo che il Giappone porta con sé l’immagine, agli occhi degli “occidentali”, di un paese incomprensibile su cui ognuno riversa ciò che vuole. Perché gli italiani riversavano sul Giappone l’immagine di un paese dove regna la perversione sessuale? C’è un misto di curiosità, disprezzo, desiderio represso e paura verso la libertà sessuale. Non sarà perché forse, ancora, non ci appartiene?


La sessualità e la vita sociale


Partiamo dalle credenze. Il Giappone ha una storia con la sessualità completamente differente rispetto a quella Italiana. Il libro che racconta della nascita del Giappone, il Kojiki, narra dell’incontro sessuale tra due divinità che diedero vita alle isole [1]. Mentre l’Italia è uno stato laico dove però a scuola nelle ore di religione si studia soltanto quella cattolica. “Dio creò l’uomo e dalla costola di quest’ultimo creò la donna”. Sonia Ryang [2] racconta della concezione dell’amore in Giappone e di come sia cambiata nel tempo, storicamente l’amore era un istituzione che includeva il rapporto sessuale. Racconta di antichi rituali in cui nei templi uomini e donne tra loro sconosciuti, capitava che si scambiassero poesie per conoscersi, avevano rapporti sessuali in onore degli dèi per accogliere prosperità e fertilità. L’Italia è un paese che è stato percorso da popoli provenienti da ogni dove e in ogni momento storico si sono succedute credenze, riti, usi e costumi. Il cattolicesimo però ha portato aventi un lavoro di sincretismo in cui ogni culto pagano è stato inglobato da quello cattolico. Punto focale della religione cattolica è la purezza dell’amore di Dio a cui quello umano deve tendere. Perciò addio riti della fertilità e feste pagane, benvenuta verginità e rapporto coniugale. Pensiamo all’arte. Non so se avete presente Hokusai, quello dell’onda. Ecco, ovviamente “La grande onda” non è il suo unico lavoro. In “Sogno della moglie del marinaio” una donna è intrecciata sessualmente con due polpi, un motivo che ritorna frequente. Si tratta di un’opera molto famosa tra gli esperti di arte giapponese del periodo Ukiyo (浮世). Questo genere artistico e letterario si affermò a Edo (oggi Tokyo), Ōsaka e Kyōto tra l’XVII e XX secolo. Ukiyo-e (浮世絵) sono le immagini del mondo fluttuante e transitorio in cui viviamo una vita altrettanto transitoria e fluttuante e da questa presa di coscienza gli inneggiano al godimento dei piaceri della vita in contrasto con il ciclo continuo di morte e risurrezione, che i monaci buddisti cercavano di trascendere. I disegni originali venivano incisi su tavole di legno che permettevano la creazione di copie quasi identiche a basso costo, accessibili a tutti. Per gli appassionati e i ricchi collezionisti le stesse tematiche venivano rappresentate su singoli fogli o rotoli e prendevano il nome di Shunga (春画) ovvero pittura della primavera dove primavera è un eufemismo per sessualità. Gli Shunga si affermarono tra XVI e XIX secolo. Queste opere rappresentano tutte le sfaccettature della sessualità sia eterosessuale che omosessuale. Le scene sono verosimili e i protagonisti sono vestiti. In Giappone infatti la nudità non è sessualizzata, donne e uomini erano soliti frequentare terme 温泉 (onsen) e bagni pubblici 銭湯(sentou) completamente nudi. Ciò che sì possedeva carica erotica, era scorgere la pelle nuda sotto il peso dei kimono o degli yukata, e maggiore importanza viene data agli attributi sessuali, che venivano appunto solitamente rappresentati sproporzionatamente grandi, per celebrare il piacere. Queste immagini erano utilizzate soprattutto ai fini della masturbazione sia maschile che femminile, ma è risaputo che bellissimi rotoli erano confezionati come dono di matrimonio. L’arte italiana è conosciuta in tutto il mondo per la sua bellezza e raffinatezza, ma vi immaginate Michelangelo, Brunelleschi, Andrea del Sarto, il Bernini o il Canova (tanto per citare i più noti) dipingere e scolpire scene di rapporti sessuali espliciti? [3] Per moltissimi anni le opere d’arte in Italia vennero commissionate dalla élite aristocratica e dalla Chiesa, che erano stessa cosa, ed erano loro a dettare il gusto nell’arte.




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Incontro tra “Estremo Oriente” e “Occidente”


L’incontro con “l’Occidente” e soprattutto l’occupazione americana dopo la Seconda guerra mondiale modificarono la società e la cultura giapponese che, per accogliere la “modernità”, lasciò alle sue spalle costumi, tradizioni, usi che venivano considerati immorali dagli “occidentali”. In giapponese oggi esistono tre parole per indicare il concetto di amore 愛 (ai) che venne usato per indicare l’amore della letteratura romantica ottocentesca occidentale con connotazione di purezza sessuale、恋 (koi) che possiede una connotazione sessuale, rispecchia l’infatuazione e la passione erotica [4]、恋愛 (renai) indica invece l’unione tra l’amore puro e la sessualità e rappresenta la condizione ideale di relazione eterosessuale secondo i parametri “occidentali”, il termine viene infatti utilizzato per i matrimoni d’amore 恋愛結婚 (renaikekkon). In italiano abbiamo tenuto lo stesso termine che ha assunto col tempo connotazioni differenti e l’amore oggi è sentito quasi come una restrizione della libertà personale dalla massa di individui pieni di ego che siamo diventati, ci rifugiamo nel sesso per sentirci liberi e vuoti. Anche le terme e i bagni pubblici sono stati oggetto del giudizio occidentale, promiscui e indecenti, oggi si va ancora nudi ma sono divisi tra quelli maschili e quelli femminili. Per moltissimi anni le opere Shunga e Ukiyo-e a tema sessuale sono state nascoste con vergogna, solo oggi iniziano a rivivere come opere d’arte: nel 2015 vennero esposte nell’Eisei Bunko Museum di Tokyo soltanto dopo essere state esposte al British Museum di Londra. Nelle scuole giapponesi vige un regolamento di “purezza” con l’intento di controllare la sessualità dei giovani giapponesi e valorizzare la verginità femminile. Nei manga, anime, riviste pornografiche e porno i genitali vengono ancora censurati.




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Giappone e Italia: percezione della sessualità


Il Giappone quindi ha subito e accettato la repressione sessuale occidentale per raggiungere gli standard di modernità e di “grande potenza”, però direi che lo ha fatto solo superficialmente. Mi spiego, è proprio dal percorso storico differente che derivano idee sulla sessualità differenti. Mentre in Italia mantenere un atteggiamento socialmente considerato “normale” nella sessualità è un’imposizione sì legale ma su base religiosa, essere “sessualmente normali” è sentito come giusto, normale, sano, nell’intimità del singolo. In Giappone questa “normalità sessuale” è un’imposizione legale, è lo Stato a legiferare sulla prostituzione, sul regolamento scolastico, sui costumi nazionali mentre a livello dell’intimità del singolo non esiste nessuna idea di peccato originale e nessuna pressione dell’occhio divino giudicante. Per questi motivi forse allora, in Giappone oggi l’industria del sesso è la più fiorente e variegata del mondo, tra i locali a sfondo erotico (chiamiamoli così) quelli più famosi sono ソープランド sōpurando (soap land): bagni pubblici dove si paga per essere insaponati, lavati e per prestazioni sessuali inframezzo. Per non parlare dei love hotel, organizzati con tariffe orarie per soddisfare la necessità di giovani e meno giovani, di un luogo appartato dove gioire dei piaceri della carne. Ecco di love hotel ne esistono tanti quanti i konbini (convinient store), ad ogni angolo della strada. E forse per gli stessi motivi esistono manga e anime i cui temi coprono tutte le varianti sessuali possibili e immaginabili. Cose che in Italia non potrebbero esistere…o forse no? Il fatto che gli italiani si sentano in colpa ad esplorare la propria sessualità non gli impedisce però di farlo, solo che non si sentono liberi di poterlo fare alla luce del sole. Forse allora la libertà sessuale giapponese che giudichiamo “perversa” non è qualcosa che non ci appartiene, ma qualcosa che abbiamo appreso a controllare e reprimere. Foucault [5] mostra come il discorso sulla sessualità nel tempo non sia stato represso come molti credono, ma stimolato sotto forma di confessione non solo dalla religione ma anche dalle scienze (sanitarie e psicologiche) per comprenderlo e incasellarlo, scindere normale e perverso, seguendo giudizi religiosi. Una volta che ci saremmo liberati di quel senso di colpa e di “sporco” nei confronti della sessualità saremo capaci di vederla per quello che è: una parte del nostro essere e della nostra vita. Forse potremmo persino lasciarci alle spalle questa netta divisione tra sesso e amore, una volta che avremmo preso coscienza del fatto che non abbiamo un corpo ma siamo un corpo e che la sessualità non è altro che un altro modo di esperire e provare piacere. Piacere nel corpo e nello spirito.



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[1] Paolo Villani, Kojiki: Un racconto di antichi eventi, Marsilio, 2006


[2] Sonia Ryang, Love in modern Japan. Its estrangement from self, sex and society, 2006


[3] Diversi critici rintracciano nelle opere di questi artisti alcuni elementi erotici, per questo motivo alcune di queste opere non vennero accettate e lasciate inedite. Non voglio infatti dire che gli artisti italiani fossero pudici, repressi o bigotti ma che la società in cui vivevano ha delineato la loro arte al punto tale da dover nascondere nelle pieghe di una veste o nel volto estasiato di una santa allusioni erotiche.


[4] I poeti del Man'yōshū raccontano dell’amore, koi, una forza che ha due luoghi: il sé e l’altro, in cui l’amore e il sesso non sono due cose separabili ma un tutt’uno che rappresenta una componente importante della vita umana, indicava la fusione corporea e l’unione emozionale attraverso lo scambio dell’anima.


[5] Foucault, Storia della sessualità


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