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DOCG, DOC, IGT? Impariamo a capire le misteriose etichette del vino

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Un problema che riscontriamo spesso è quello di ritrovarsi davanti a decine bottiglia di vino con, o a volte senza, queste misteriose etichette che ci confondono sul dove andare a parare per scegliere un vino decente.


DOC, DOCG? IGT? E che cavolo sono? Diamo per scontato che se il podere si è preso la briga di mettere un’etichetta quel vino sarà probabilmente migliore di quello anonimo sullo scaffale accanto, e invece… Sfatiamo qualche mito su queste benedette etichette e spieghiamo una volta per tutte cosa significano.


IGT

IGT, significa indicazione geografica tipica. IGT si colloca un gradino più in basso rispetto ai DOC e DOCG perché l’etichetta riporta sì la zona di produzione, ma solo facoltativamente il vitigno di provenienza o l’annata delle uve. Ovviamente non significa che il vino sia per forza di qualità inferiore, ma semplicemente che non ha i requisiti richiesti dai disciplinari. Passati 5 anni, un IGT può aspirare a diventare un DOC.

DOC

DOC significa denominazione di origine controllata, questo vuol dire che il vino viene prodotto in una determinata zona geografica e i vitigni appartengono anch’essi a questa specifica zona. Quindi, è un’etichetta che ci fornisce delle informazioni concrete sul vino; che vino è, e da dove proviene, e quindi, si, di norma, è una forma di garanzia.

DOCG

DOCG significa denominazione di origine controllata e garantita ed è il disciplinare più complesso tra i tre. Un vino, per diventare DOCG, ha bisogno di almeno 10 anni e prima di essere messo sul mercato viene sottoposto ad un’analisi chimica e sensoriale molto importante: se il determinato vino non corrisponderà al disciplinare dei sentori di quello specifico vino non potrà essere chiamato tale. In altre parole, se per esempio un Barolo non corrisponde al disciplinare sensoriale del Barolo non verrà chiamato Barolo, ma imbottigliato comunque, ma con un nome diverso.

Quindi, sicuramente, queste etichette una garanzia ce la offrono - denominano tutti vitigni autoctoni e prettamente italiani - ma ovviamente le eccezioni ci sono e in questo mondo dove è il marketing a dettare le regole può succede che un IGT sia meglio di un DOC e così via – spesso la scelta etichetta/non etichetta è data da scelte commerciali.


Può anche succedere che il vino in questione sia ottimo, ma contenga vitigni non italiani, come avviene con i Super Tuscan – vini famosissimi ed eccezionali ma che contengono vitigni francesi e non solo italiani. Di conseguenza, malgrado la qualità, essi non sono idonei ad essere etichettati tali.

Spesso anche vini buonissimi e a prezzi estremamente accessibili come i vini del sud non possiedono etichette, ma la maggior parte delle volte sono migliori di quel chianti classico da quattro soldi.


Dunque, quello che possiamo trarre da questa breve lezione è che si, le etichette sono una garanzia di un buon processo di produzione e di provenienza, ma questo non vuol dire che siano per forza vini complessi o molto buoni. Quindi, non scartiamo un vino solo perché non ha l’etichetta, anzi. Dobbiamo piuttosto imparare a conoscere i vitigni, come si mescolano, i poderi, le regioni dove si producono certi vini e così via. Però, nel dubbio, sempre meglio una garanzia in più che niente!

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