• Alice Zanfardino

La parola più inflazionata del 2020: lo smartworking

Dopo un’estate che poteva andare decisamente peggio, ci dobbiamo quindi preparare ad un inverno chiusi in casa con un limite di sei persone (per ora) che potranno venire a trovarci. Sapremo fare tesoro dei mesi di lockdown per affrontare al meglio quello che verrà?



Come volevasi dimostrare, diceva mia madre, non abbiamo fatto in tempo a scrivere due considerazioni sull’autunno e sui suoi possibili scenari che si è già discusso del nuovo DPCM, focolai, bollettini del giorno, chiusura delle frontiere.

Ma quindi la mascherina è obbligatoria sempre? La dobbiamo indossare anche quando è garantito il distanziamento all’aperto? La multa è per chi non la indossa o per chi non la porta con sé?

Sono solo alcune delle domande ricorrenti sulla bocca dei passanti e nelle chat whatsapp delle settimane passate, sfociate in risposte più rigide di quanto ci si aspettasse.


Dopo un’estate che poteva andare decisamente peggio, ci dobbiamo quindi preparare ad un inverno chiusi in casa con un limite di sei persone (per ora) che potranno venire a trovarci.



Sapremo fare tesoro dei mesi di lockdown per affrontare al meglio quello che verrà?

Chi può dirlo, di sicuro le tendenze saranno in linea con quelle dello scorso marzo/aprile, una su tutte: lo smartworking.


Una delle parole più inflazionate del 2020, è già tendenza ed è destinata a rimanere non solo durante i lockdown parziali o totali, ma anche dopo la fine della pandemia.

Le aziende, grandi e piccole, hanno iniziato a rifletterci davvero sulla possibilità di rendere il lavoro agile e di permettere ai propri dipendenti di lavorare da casa.

Non c’è una sola formula né una verità assoluta: alcuni riducono l’orario lavorativo giornaliero, altri consentono di dividere la settimana con due giorni da casa e due in sede o viceversa. Le scelte cambiano se si tratta di aziende fino a 50 dipendenti e di aziende con migliaia di lavoratori.


Su Linkedin i sondaggi e gli inviti a esprimere la propria opinione a riguardo si sprecano. Il lavoro da casa fa parte di quello che ormai iniziamo a ritenere the new normal, anche se non tutti l’hanno presa benissimo.



In effetti lo smart working è un po’ come la partita iva: non è per tutti. Solo che la partita iva nella maggior parte dei casi è una scelta, lo smartworking non sempre. Non tutti siamo in grado di fronteggiarlo e di creare dei limiti, delle fasce orarie, degli obiettivi giornalieri con il frigorifero a portata di mano, la lavatrice di sfondo alle videocall su Zoom e il richiamo di Netflix dalla sala.

Non tutti abbiamo la possibilità di creare uno spazio lavorativo dedicato all’interno

dell’abitazione.

Per questo esisterebbero i coworking, ma dovendo evitare i luoghi affollati si ritorna alla casella di partenza: si lavora da casa propria. In America molti hanno deciso di fare tesoro di questa tendenza, abbandonare gli affitti proibitivi dei centri cittadini per spostarsi in luoghi più slow.

Ma anche in Italia c’è stato un ritorno alle esigenze di un tempo: un cambio di priorità per riscoprire la vita in campagna, in mezzo al verde, dove basta una connessione internet per poter lavorare.



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Ed è qui che si colloca un’altra parola abusata negli ultimi tempi: il southworking. Il southworking oltre ad essere una scelta di vita, è un’associazione di professionisti dislocati nelle varie zone d’Italia con il grande sogno di tornare al Sud e lavorare da lì.

E con la radicalizzazione dello smartworking, anche il southworking sembra diventare realtà tangibile. Dalla fine del lockdown e durante l’estate tantissimi fuorisede sono tornati all’ovile svuotando città come Milano, che in uno scenario apocalittico si ritrova con case senza affittuari e palazzoni di grandi aziende vuote. Se è possibile fare tutto da remoto con una connessione internet e la propria presenza fisica non è necessaria, dove finiranno tutti?



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