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''Case di ringhiera'' by Suppa

Un racconto dal lockdown: non diamo per scontata la nostra nuova libertà.


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Queste ultime settimane di quarantena ci hanno messo tutti alla prova. Chi di più, chi di meno. Ecco una piccola riflessione per mettere in prospettiva la nostra nuova libertà, e perché non dovremmo darla per scontata.

È la sesta settimana di quarantena. Non sono mai stata meglio.


Nella vita di tutti i giorni, nella routine, nelle costanti interazioni sociali, è facile perdere il senso di chi si è realmente. "Il vero sé", come dice la mia maestra di yoga e di spirito su Youtube.


Stando da sola sto tornando in contatto con il vero me. Mi sento rivitalizzata.


Sono 41 giorni che non mi tolgo il pigiama se non per andare a fare la spesa. E anche quando lo faccio cambio solo i pantaloni, il sopra rimane quello.


Mi sveglio verso le 10:30 quasi sempre, tranne quando la sera prima ho guardato 18 episodi di fila di RuPaul o Project Runway. Quei giorni mi alzo intorno alle 14:00.


Ho dovuto adattare la mia dieta da quando il mio cinese di fiducia, Rosticceria Fortuna, ha chiuso i battenti. Sono falliti ancor prima del lockdown perché, come era risaputo, il primo veicolo di contagio era ordinare dal cinese. Nonostante i miei sforzi, non sono riuscita a salvare il ristorante. Gli spaghetti di riso con verdure a 2,50 € riescono a far poco contro il razzismo. Si vede che alla fine non erano poi così fortunati.

Adesso seguo una dieta per lo più crudista. Non per una questione di salute, ma perché richiede meno lavaggi di pentole. Da qualche giorno ho smesso anche di usare i piatti e le posate. Mangio le carotine baby e la valeriana direttamente dal sacchetto. Mi compiaccio delle mie scelte di vita virtuose mentre lo faccio.



Anche la mia self care routine sta dando i suoi frutti, se non fisici almeno psicologici. Non faccio la doccia tutti i giorni perché richiede di uscire dal suddetto pigiama, ma ci sono molte cose che si riescono a fare per prendersi cura di sé con le parti del corpo che sono già esposte. Mi faccio una maschera per il viso, rigorosamente coreana, due o tre volte a settimana. Onestamente non bado alla funzione della maschera quando devo sceglierla. Può essere idratante, tonificante, purificante, stocazzoante. Scelgo in base al colore del packaging che mi va quel giorno. Stamani mi sentivo rosa pesca.


Da quando ho capito che quello che usavo come base coat per lo smalto in realtà è un "olio per unghie effetto rigenerante" la manicure mi dura molto più a lungo. L'olio continuo comunque ad usarlo tra un’applicazione e l’altra perché ha il magico suffisso "ante", dunque funziona.


Passo le giornate a leggere e a giochicchiare con Mario, il mio gatto.



Fosse stato per me, non avrei mai preso un animale. Me lo ha regalato un ex perché diceva che gli sembravo "una tipa da gatto". Che razza di psicopatico ti regala una cosa vivente dopo un mese che uscite. Credo che percepisse che mi stavo annoiando di lui e pensava che la bestia ci avrebbe tenuto uniti. Il gatto l'ho tenuto, lui no. Per tanto tempo non ha avuto un nome. Quando l'ho portato dal veterinario per castrarlo mi hanno chiesto che nome dovevano scrivere sul libretto. "Mario". Era il nome dell'ex, anche lui senza palle, quindi mi sembrava appropriato. Poi mi piaceva come nome, simpatico ma classico, non come quegli stupidi nomi che danno ai bambini oggi.


Il bambino della porta accanto, quello che piange costantemente, ha un nome del genere. Uno di quei nomi cretini, monosillabici o poco più, della Bibbia o celtico o qualche cazzata simile. Noel, Aimo, Joel, Milo. Nomi che sembrano uno l'anagramma dell'altro e che fanno sentire così originali i genitori. "Volevo dargli un nome sconosciuto, particolare, sai? Così è solo suo!" mi aveva raccontato sorridente la madre dell'infante un giorno che la incrociavo sulle scale, senza che le avessi chiesto niente. Mi sembra giusto, un nome che pare quello di un detergente intimo non credo glielo vorrà rubare nessuno.


Abito in una casa di ringhiera. Se non sei un architetto, le case di ringhiera (o a ballatoio) sono palazzi che affacciano su un cortile interno e in cui ogni piano ha un balcone in comune su cui devi passare per accedere agli appartamenti (su Google Immagini si capisce bene). Quella deficiente tiene sempre la porta di casa aperta, facendo echeggiare le urla del pargolo per tutto il condominio, perché così le entra l'aria fresca del cortile anziché lo smog dalla finestra che affaccia sui viali. "Sai, sono una madre single. È difficile ma cerco di fare le scelte migliori per nome da detergente intimo, forse ebraico". La tirava sempre fuori sta storia della madre single, anche quando non c'entrava assolutamente niente. Teneva spalancata la porta tutto il giorno, nonostante buona parte dei vicini le avesse detto che stare chiusi in casa con il costante fracasso nelle orecchie di quel bebé aumentava lo stress della quarantena.

Per quanto mi riguarda non lo aumenta, lo provoca.



Un po' penso a Mario come se fosse mio figlio (Mario il gatto, non l'ex). Se per me stessa non spendo più di 30 € a settimana per mangiare, per lui compro sempre il top della gamma. Ogni volta che mi arriva un pacco lascio a lui la scatola per giocare. Col passare degli anni il mio appartamento è praticamente diventato una fortezza di cartone. La sera dormiamo nel letto insieme. Credo che le mie lenzuola siano fatte in egual misura di cotone e peli di Mario. Gli voglio bene, davvero. A volte mentre lo sto coccolando ripenso a quello che ho fatto a quel gattino quando avevo 10 anni e mi viene da ridere. Come si cambia nella vita. Non riesco proprio ad immaginarmici a seviziare Marietto. A stargli sopra, senza calpestare o saltare. Stare lì ferma, lasciando che il mio peso e la gravità, con calma, gli tolga tutta la vita che ha in corpo. D'altronde i tempi sono diversi. Adesso abbiamo una fonte infinita di intrattenimento. Chi me lo fa fare di torturare Marietto quando c'è Netflix. Ma da bambini, negli anni '90, non era così. Personalmente biasimo la programmazione estiva di Italia 1 per quello che hanno dovuto subire tutte le lucertole del mio vicinato. Se avessero trasmesso qualcosa di più avvincente delle serie sui teenager tennisti tedeschi alle prese con i primi amori, magari non sarei stata in giardino a guardare le scie bavose delle chiocciole che si interrompevano là dove gli avevo staccato il guscio. La tv per bambini e ragazzi nei mesi estivi era davvero vergognosa. Il gattino però mi pare fosse stato d'inverno... La depressione natalizia colpisce tutti in modo diverso.


I miei genitori, all'epoca, erano contenti di quanto tempo passassi all'aria fresca e nella natura. Un altro aspetto adorabile della quarantena è che ho una scusa per chiedergli di nuovo i soldi per l'affitto. Gli ho detto che il prezzo mensile, incluse spese condominiali, è di 675 €. A fine mese farò il bonifico di 580 € alla padrona di casa.

Il cibo per gatti costa tanto quando è il top della gamma.


Tutte le sere faccio mezz'ora di meditazione. La saggia voce della maestra su Youtube mi dice di concentrarmi sul respiro, di lasciar passare i pensieri come se fossero nuvole nel cielo, di immaginare il fiato come se fosse un'onda che si infrange e si ritrae. All'inizio non era facile, ma intorno al decimo giorno ho iniziato davvero a liberare la mente. Il respiro che entra, il respiro che esce, le grida del bambino della porta accanto che annegano lontano, tra le onde. #mindfulness


È giovedì, credo che andrò a fare la spesa. Metto le mutande e i jeans che, insieme all'insospettabile e versatilissima felpa/pigiama, costituiscono la mia divisa da esterno. Capelli raccolti stretti così sembra gel e non unto, mascherina, guanti in lattice, sacchetti di stoffa, chiavi, portafoglio. Quasi quasi esco senza cellulare per dimostrarmi che non sono dipendente dai social, che posso stare un'ora fuori senza Instagram negli occhi o Spotify nelle orecchie. Ma anche no.


Mi chiudo la porta alle spalle. Tra le difficili scelte di madre single evidentemente c'è quella di non rinunciare proprio mai all'aria fresca del cortiletto, neanche quando ti fai la doccia. Così i vicini, oltre all'incessante pianto isterico, sono costretti a subire anche le dubbie capacità canore sotto l'acqua che cade. "Eh sì, è un po' imbarazzante. Ma farei questo ed altro per il bene dei polmoni di nome da mobile Ikea" immagino che direbbe con quella sua faccia da cretina.


Scendo le scale, passo nel cortiletto facendo attenzione a non sporcarmi le scarpe ed esco per strada. Oggi quasi quasi vado alla Coop grande. Non ho fretta e di recente ho scoperto un podcast sulle "ologie" (mitologia, genealogia, fonologia ecc..) che potrei ascoltare per ore. Sono arrivata all'episodio sulle bandiere, vessillologia.


Mi metto in coda a un metro dalla vecchina davanti a me. Mi sorprende che ci possano essere ancora così tanti anziani in giro, quando ogni giorno i bollettini di morte lasciano intendere che non siano rimasti nonni per nessuno. Eppure i vecchi escono, resilienti, e i cinesi chiudono.

Percepisco in modo tangibile uguali quantità di sospetto e giudizio dagli altri membri della fila. Non rivolti a me nello specifico, ma nell'aria, pronti a scagliarsi. ‘Si sa mai, meglio averceli alla mano. Dentro al supermercato, invece, i commessi sono sorprendentemente gentili. Dallo sguardo di rimprovero di quello alla mia destra mi rendo conto di aver esagerato a palpeggiare gli avocado per scegliere quello più maturo, seppur con i guanti. Li metto tutti e tre nel carrello per rassicurarlo. Fortuna che ho quei 95 € in più questo mese.


Tornando verso casa, in un momento in cui per strada non c'è nessuno, mi fermo e tolgo la mascherina che indosso ormai da un paio di ore. Chiudo gli occhi e sento il vento leggero sul viso che rinfresca la zona sauna che si è creata tra il mento e le palpebre inferiori. Penso alle onde e alle bandiere. Che bella giornata. Che bel periodo.

Arrivata a metà delle scale tra il secondo e il terzo piano una poliziotta mi ferma.

"Lei vive qui?"

"Sì" dico, e faccio per mostrare l'autocertificazione.

"No no, non importa. A che piano sta?"

"Il terzo, proprio qui" indico poco più su del punto in cui mi sta bloccando la poliziotta. Sospira, sembra dispiaciuta dalla mia risposta.

"La devo informare che c'è stata... una disgrazia... "

"Qualcuno ha preso il Covid?"

"No... Avrebbero mandato l'ambulanza, mica la polizia". È un po' meno dispiaciuta ora che pensa che sono scema. "Un'inquilina del terzo piano ha buttato suo figlio giù dal balcone".

"Oddio, sta bene?"

"... No." Adesso è quasi scocciata dalla mia stupidità. "Se un bambino di 2 mesi viene buttato dal terzo piano solitamente non sta bene quando raggiunge il pian terreno".

"Ah, ecco perchè c'è tutta quella gente nel cortiletto giù..."

"Già." sospira, non il sospiro da condoglianze di prima, un sospiro da chi non ha tanta voglia di lavorare "Lei la conosce? La madre del bambino?"

"Non bene, non abbiamo molto di cui parlare. Ripeteva sempre che era così difficile essere una madre single. Io non lo posso sapere..."

"Già. Neanche io lo posso sapere, non ho figli. Ma un pochino me lo immagino sai, il bimbo che piange da settimane, non sta zitto un attimo... Purtroppo non è la prima che sbrocca durante questa quarantena. Un minuto ammazzi tuo figlio, quello dopo sei a farti la doccia come se nulla fosse. C'è chi dà di matto a stare chiuso in casa per così tanto." Pausa. "Quindi lei non ha visto o sentito niente".

"No, ero a fare la spesa" sollevo il sacchetto di stoffa pieno di verdure facilmente commestibili.

"Nei prossimi giorni passeranno dei colleghi a farle delle domande, visto che la donna nega. Gli dica quella storia della madre single, che se ne lamentava."

"Sì, glielo dirò. Posso andare adesso? La spesa è un po' pesante."

"Prego."

La supero. Supero l'appartamento.

La porta è sempre aperta, ma adesso non esce alcun suono.

Sorrido.

Entro in casa. "Ciao Marietto".



Suppa



#racconti #umani #lifestyle

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